-8 Novembre 2018-

Fin da bambina, il cinema mi ha sempre appassionato. D’inverno trascorrevo interi pomeriggi guardando film di registi americani, romantici, polizieschi, commedie, insomma non importava il genere, solamente che fossero americani. Mi ha sempre affascinato l’America, il modo di vivere americano e l’Idea di far parte di una società così unica nel suo genere. Molti quando dicevo quanto sarebbe stato bello poter vivere in America mi rispondevano che guardavo viaggiavo con la fantasia e che la vita non era sicuramente quella raccontata in due ore di spettacolo. Ma io non ci credevo: “l’America è pur sempre l’America ragazzi e qualsiasi sogno abbiate l’America lo può realizzare” questo era quello che mi ripetevo. Quando si parlava di America inevitabilmente finivo sempre per pensare a New York, quella meravigliosa metropoli conosciuta attraverso le più importanti pellicole della storia del cinema, da Colazione da Tiffany, al più attuale e divertente film degli anni ’90, Mamma ho riperso l’aereo. L’ho desiderata da tutta una vita, ho desiderato poterla sentire in tutti i suoi rumori, vedere in tutte le sue forme e respirare in tutti i suoi profumi. L’ho desiderata così tanto che finalmente New York sarebbe stata mia quella settimana di fine luglio di due anni fa.

L’emozione era tanta, troppa, temevo che varcando le porte del JFK la realtà sarebbe stata deludente rispetto alle mie aspettative, avevo quasi paura di oltrepassare quelle porte all’idea di distruggere quel mito cresciuto dentro di me da così tanti anni. Ma con un po’ di coraggio uscimmo: la prima cosa che vidi fuori dall’aeroporto fu il taxi giallo che aspettava per portarci a Manhattan. E li, il primo sorriso.  Era come vivere il primo giorno di vita, vedere per la prima volta le cose,  respirare ridere, parlare non erano mai stati così piacevoli. New York faceva già parte di me.

Difficile dire cosa mi abbia colpito maggiormente, l’unica cosa certa è che per la prima volta in vita mia mi sono sentita morire dentro nel momento il cui siamo andati a visitare Ground Zero. Giunti li, davanti a quelle immense vasche d’acqua con in centro un baratro ho sentito dentro di me un senso di vuoto che non sono riuscita a trattenere le lacrime. Io non conoscevo nessuno, non conoscevo le loro storie, non ero americana… eppure piangevo. Piangevo e soffrivo, fino a quando una poliziotta non mi abbracciò e mi consolò. Un gesto mai visto, ero una sconosciuta per Lei, straniera e lei mi abbracciò come si abbraccia teneramente una figlia. È stato in quel momento che mi sono sentita parte di qualcosa di più grande, di una comunità, del Sogno Americano, cosa che qui in Italia purtroppo non esiste. Quella donna, quel giorno, mi ha scaldato il cuore. Mi ha regalato un’esperienza che auguro a chiunque visiti quei posti.

Per tutto il resto, sono sicura che le foto riusciranno ad essere più esaustive delle mie semplici parole…